Protezione per i whistleblowers,
tribunali per i gatekeepers

La Campagna ProPro: Protection for whistleblowers, Prosecution for gatekeepers

Paolo GuizzardiFoto di Paolo

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Ritratto di un militare in uniforme, assorto

[Foto di Lance Reis su Unsplash]


Qualche giorno fa, in un altro articolo, ho cercato di fare il punto, a mente fredda, sull'iniziativa di Trump per il rilascio dei documenti su UFO e UAP. Oggi vorrei fare un passo indietro e guardare il quadro più ampio: che cosa sta davvero facendo avanzare il processo di Disclosure? A mio avviso, le forze che lo spingono sono essenzialmente due. La prima è la volontà politica. La seconda sono i whistleblowers. E se della prima si parla molto, della seconda si parla troppo poco, o comunque non con la serietà che merita.

Il primo asse: la volontà politica

Il "propellente" principale del processo di graduale Disclosure in atto è la precisa volontà politica, espressa dal Congresso degli Stati Uniti in modo bipartisan, di fare chiarezza su ciò che certe componenti dell'apparato governativo statunitense sanno e fanno a proposito del fenomeno UFO/UAP. Non è poco, in un Congresso diviso su quasi tutto: su questo tema, repubblicani e democratici si sono trovati più volte dalla stessa parte.

E la posta in gioco è altissima. Si tratta di capire se, come affermano ormai diversi testimoni qualificati, queste componenti del governo sappiano da tempo che gli ET esistono e sono presenti sulla Terra, verosimilmente da molto tempo; se abbiano riconosciuto l'enorme potenziale militare degli oggetti tecnologici che sembrano costituire le manifestazioni del fenomeno; e se abbiano messo in piedi, da molti decenni, programmi segreti e non riconosciuti per il recupero e la retroingegnerizzazione dei velivoli che in qualche modo vengono recuperati.

In questo processo di "fare chiarezza" i briefing, per la maggior parte a porte chiuse, e le audizioni pubbliche giocano un ruolo importante. Basta ricordare quelle tenute alla Camera dei Rappresentanti il 26 luglio 2023, il 13 novembre 2024 e il 9 settembre 2025. Ma nelle audizioni c'è un elemento che le rende davvero incisive: le persone che vi testimoniano.

Il secondo asse: i whistleblowers

Il ruolo più importante di tutti, infatti, è svolto da persone che si fanno avanti per scrupolo di coscienza, per denunciare fatti di cui sono a conoscenza e che sono profondamente illegali. Il punto non è tanto, o non solo, che esistano programmi di recupero e retroingegneria: è che questi programmi sarebbero portati avanti da decenni tenendo intenzionalmente all'oscuro di tutto gli organi costituzionalmente preposti alla loro supervisione, a cominciare dal Congresso. In una democrazia, questo non è un dettaglio procedurale: è la negazione stessa del controllo democratico.

Sono i cosiddetti whistleblowers, un termine che in italiano non ha un vero equivalente (letteralmente "quelli che soffiano nel fischietto", come l'arbitro che segnala un fallo), e che non a caso usiamo così com'è. Il caso più noto è quello di David Grusch, ex ufficiale dell'intelligence dell'Aeronautica, che ha testimoniato sotto giuramento davanti al Congresso. Ma non è certo l'unico: nella Galleria d'Onore dei Whistleblowers UAP che curo sul mio sito ne trovate diversi altri, fra cui Luis Elizondo, Jeffrey Nuccetelli e, ultimo arrivato, Dylan Borland.

I whistleblowers UAP Dylan Borland, Jeffrey Nuccetelli, Matthew Brown, Jake Barber, David Grusch e Luis Elizondo

I sei whistleblowers presenti finora nella Galleria d'Onore dei Whistleblowers UAP (fare click sull'immagine per visitarla)

Queste persone si fanno avanti per puro scrupolo di coscienza, e vanno invariabilmente incontro a gravi problemi di carriera, quando non addirittura di incolumità personale. La storia di Dylan Borland è emblematica: ex specialista di intelligence geospaziale dell'Aeronautica, ha raccontato al Congresso di aver subito per oltre un decennio ritorsioni sul lavoro e manipolazioni del suo nulla osta di sicurezza, fino a ritrovarsi disoccupato e senza prospettive.

I motivi alla base di queste intimidazioni e di questi ostacoli alla carriera meriterebbero un articolo a sé, e mi riservo di scriverlo. Ma una cosa va detta subito, perché è fondamentale: se qualcuno si prende la briga di minacciarli, vuol dire che sono nel giusto. Nessuno spreca energie per intimidire chi racconta frottole. Le ritorsioni sono il segnale inequivocabile che queste persone sono andate a toccare qualcosa di reale e concreto, e verosimilmente anche molto lucrativo, soprattutto per le aziende della difesa coinvolte in questi programmi.

Proteggerli, ma davvero

Ecco perché, dopo la volontà politica, i whistleblowers sono il secondo asse portante del processo di Disclosure. E proprio per questo vanno protetti con misure concrete, non con frasi scritte su pezzi di carta.

Intendiamoci: non voglio con questo sminuire la volontà politica, che non ha altro modo di esprimersi se non attraverso norme di legge, cioè parole scritte sulla carta. Negli ultimi anni di queste parole ne sono state scritte parecchie, e alcune vanno nella giusta direzione: lo scorso settembre, ad esempio, il Pentagono ha formalizzato una deroga che dovrebbe proteggere da procedimenti penali e ritorsioni di carriera chi si fa avanti per parlare con AARO o con la task force PURSUE. Ma le norme valgono quello che vale la loro applicazione. Finché chi testimonia continuerà a perdere il lavoro, a vedersi revocare il nulla osta di sicurezza o a essere screditato, la protezione resterà sulla carta. E finché resterà sulla carta, altri potenziali testimoni, che sicuramente esistono, ci penseranno due volte prima di farsi avanti.

E i gatekeepers?

Dall'altra parte della barricata ci sono quelli che al Disclosure si oppongono, e lo fanno per interessi specifici: il lucro delle grandi aziende appaltatrici della difesa, oppure la volontà di coprire azioni illegali, se non addirittura criminali. Sono quelli che nel mondo anglosassone vengono chiamati gatekeepers, i "guardiani del cancello": coloro che decidono chi può sapere e chi no, e che da decenni tengono il cancello ben chiuso, Congresso compreso.

Per costoro la mia posizione è netta: meritano solo di essere chiamati a rispondere dei loro atti di fronte alla giustizia. Con un'unica eccezione, che ritengo anche un incentivo intelligente: la possibilità di godere di un'amnistia, ma soltanto per chi si fa avanti subito e racconta tutto quello che sa. Chi collabora apre il cancello; chi continua a tenerlo chiuso se ne assume le conseguenze.

Protezione, non amnistia

Ultimamente c'è chi parla di "amnistia per i whistleblowers". L'intenzione è certamente buona, ma il concetto è sbagliato, e vale la pena spiegare perché. L'amnistia è un provvedimento di clemenza che cancella un reato: si concede a chi un reato lo ha commesso. Chiederla per i whistleblowers significa, anche senza volerlo, accettare l'idea che chi denuncia sia un colpevole da perdonare.

Ma i whistleblowers non hanno commesso alcun crimine: lo hanno denunciato. Riferire agli organi del Congresso legittimamente preposti alla supervisione l'esistenza di programmi tenuti illegalmente nascosti non è un reato, è un dovere civico. Ed è esattamente ciò che le norme sulla tutela dei whistleblowers dovrebbero garantire.

Il rischio è quello di un capovolgimento dei ruoli: se passasse l'idea dell'amnistia per chi denuncia, chi ha tenuto il Congresso all'oscuro per decenni continuerebbe a passare per il custode della legalità, mentre chi ha avuto il coraggio di parlare si porterebbe addosso il marchio di chi ha avuto bisogno di essere perdonato.

Ai whistleblowers non serve il perdono: serve protezione. Protezione dalle ritorsioni sul lavoro, dalla revoca strumentale del nulla osta di sicurezza, dalle campagne di discredito e, quando necessario, anche protezione fisica. E serve il riconoscimento pubblico del servizio che rendono al loro Paese e, in fondo, all'umanità intera.

Le due cose, insomma, non vanno confuse: la protezione è per chi denuncia i reati; l'amnistia, eventualmente, è per chi li ha commessi e decide di confessarli.

In conclusione

Il processo di Disclosure poggia su due gambe: la volontà politica e il coraggio dei whistleblowers. La prima ha bisogno della seconda per sapere dove guardare; la seconda ha bisogno della prima per essere protetta. Se una delle due gambe cede, il processo si ferma. E chi lo vuole fermare lo sa benissimo.

Per questo, il mio messaggio si può riassumere in una frase sola:

Protezione per i whistleblowers, tribunali per i gatekeepers.
Protection for whistleblowers, prosecution for gatekeepers.

È questo il senso della Campagna ProPro.

Lo scudetto della campagna Protect UAP Whistleblowers

Paolo Guizzardi

Scarica lo scudetto della Campagna ProPro

Chi desidera sostenere la campagna può scaricare liberamente lo scudetto e usarlo, ad esempio, come immagine sui social media, nei formati qui sotto:

Lo scudetto è stato creato da Paolo Guizzardi ed è rilasciato con licenza Creative Commons BY-NC-ND: si può condividere liberamente citando l'autore, ma non a scopo commerciale e senza modificarlo.


Versioni: 04/10/2026

Fonti